Il romanzo di Matilda

Il primo romanzo storico che ripercorre la vita della Grancontessa Matilde di Canossa.

La vita, i lutti, gli amori, le lotte, la caduta, il riscatto, le violenze e le passioni della Grancontessa Matilde di Canossa, un romanzo storico che ricostruisce gli eventi fondamentali della sua vita attraverso l’infanzia, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia, cercando di restituire tutta la potenza al personaggio a 900 anni dalla sua scomparsa. In uscita a luglio 2015.

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venerdì 13 luglio 2018

Un labirinto di donne nella storia

La Storia è un labirinto di donne che spesso non trovano posto adeguato nei testi di saggistica e non vengono valorizzate nel racconto di imprese che sembrano pensate, volute, avviate e portate a termine solo da uomini. Quando scrivo racconti e romanzi storici, ogni volta che narro le loro vicende drammatiche e i loro atti eroici, cerco di far ritrovare alle donne il posto da protagoniste che si meritano, al pari degli uomini. Da qui nasce il Labirinto di donne nella Storia, che unisce gli archetipi del femminile ai fatti storici, e racconta di donne che hanno fermato un momento di eternità nell’immaginario comune, divenendo simbolo di eternità.

Nella definizione junghiana, gli archetipi sono modelli funzionali innati costituenti nel loro insieme la natura umana: “Il concetto di archetipi è derivato dalla ripetuta osservazione che, ad esempio i miti e le fiabe della letteratura mondiale contengono certi motivi che ritornano sempre e dovunque. Tali immagini e collegamenti tipici vengono denominate rappresentazioni archetipiche. Esse ci impressionano, influenzano, affascinano. Provengono dall’archetipo, di per sé senza forma immaginabile, una preformazione inconscia, che sembra appartenere alla struttura ereditaria della psiche e che perciò può manifestarsi dovunque anche come fenomeno spontaneo”.
Jung, partendo dall’analisi dei sogni dei suoi pazienti, riscontra come certe immagini, concetti e situazioni vissute in sogno e non riguardanti l'esperienza personale, siano in qualche modo innate nella mente umana, o meglio, derivino da un inconscio collettivo, condiviso, ereditato assieme al patrimonio genetico. Gli archetipi sono quindi l'eredità psicologica inconscia: per Jung l'inconscio personale contiene già delle “forme a priori”, che fanno parte dell'inconscio collettivo, e che permettono di trascendere da se stessi, attraverso la funzione simbolica e di procedere nel processo di individuazione. [Archetipi.org]
Secondo Jung esistono dunque dei modelli archetipici legati alle divinità dell’Antica Grecia, che simboleggiano e individuano le qualità energetiche e gli istinti primordiali di cui uomo e donna dispongono. Il pantheon greco è ricchissimo di figure che si ritrovano in epoche e in luoghi differenti e in altre culture con nomi differenti ma identiche funzioni, a testimonianza del filo rosso collettivo che unisce l’umanità dall’alba dei tempi. Le dee sono espressione delle “dee interiori” che una donna incontra lungo tutto l’arco della sua esistenza, ognuna con caratteristiche peculiari, e una sola indicazione: ogni donna contiene tutte le dee, e deve fare in modo che non entrino in conflitto l’una con l’altra per dirsi realmente equilibrata. Artemide, la dea della caccia, indipendente e autonoma; Atena, la dea della saggezza e dei mestieri, mentale e razionale; Estia, la dea del focolare, spirituale e completa nella propria solitudine; Era, la dea del matrimonio, risolta solo attraverso l’unione con un marito che tiene accanto a qualunque prezzo; Demetra, dea delle messi, generosa e accogliente; Persefone, dea dell’oltretomba, matura e sicura di sé; Afrodite, dea di amore e bellezza, sensuale, magnetica e selvaggia.

Ognuna di queste dee rappresenta una parte del sé femminile, e il gioco che ho scelto di fare è stato proprio individuare tra le mie “Interviste impossibili” a quale donna della storia poteva abbinarsi meglio l’archetipo dominante: la mia scelta è caduta su Irene, l’Imperatrice di Bisanzio [che governò l’Oriente dal 797 all’802], su Marozia, la scandalosa Papessa [che da amante del papa regge le sorti di Roma nel 910], su Matilde di Canossa [protagonista della storia europea nel XII secolo] ed Eleonora d’Aquitania [regina di due regni, vissuta tra il 1122 e il 1204]. Per vedere a quali dee le ho “affiancate” basta arrivare a Canossa domenica 15 luglio alle 18 e seguire l’incontro “Un labirinto di donne nella storia. Racconti di donne, che hanno fermato un momento di eternità nell’immaginario comune divenendo simbolo di eternità”. Cercheremo di capire insieme qual è il filo che ci unisce tutte, quale sia il suo significato, e cosa queste grandi donne del passato ci possono ancora dire e insegnare. Vi aspetto.

martedì 13 giugno 2017

La Signora Matilde anche in estate

Continuano le proiezioni del docufilm "La Signora Matilde" dedicato alla figura di Matilde di Canossa. Qui di seguito le date e i luoghi dove potete continuare a seguire il tour della Grancontessa raccontata da Syusy Blady e Luciano Manzalini.


sabato 15 aprile 2017

Dall'Appennino Reggiano per Matilde

Un sito interessante e una collaborazione tra Gal Antico Frignano e Appennino Reggiano per rendere omaggio a Matilde di Canossa, donna d'Europa: qui tutti i link per ripercorrere storia, luoghi e percorsi con tanto di audioguide.

sabato 10 settembre 2016

Il perché di una copertina

Spesso aleggia una domanda attorno a “Il romanzo di Matilda”: come mai sulla copertina non c’è Matilde di Canossa, ma Simonetta Cattaneo Vespucci, vissuta nel XV secolo? Come mai per la cover non è stata scelta la protagonista, dato che immagini di Matilde ne esistono?

Ebbene, la risposta è molto semplice: “Il romanzo di Matilda” è un romanzo storico, non un saggio. Pur seguendo storicamente le vicende della Grancontessa è e rimane una biografia romanzata, e come tale la copertina si piega a logiche editoriali che tengono conto dei gusti del grande pubblico. L'eleganza, la bellezza, il volto di profilo contribuiscono a rendere elegante e raffinata la copertina e sono un richiamo alla forza della femminilità, e questo è stato giudicato adatto per rappresentare un romanzo storico su una grande donna come Matilde di Canossa.

Esiste una ristretta cerchia di appassionati che amano la correttezza filologica e il rigore anche sull’immagine scelta per la cover ma le logiche editoriali richiedono un certo appeal, e permettetemi di dire che le immagini di Matilde più vicine alla sua epoca non le rendono affatto giustizia, se pensate a quelle che compaiono nel codice di Donizone. Quelle più lontane da lei, invece, sono interpretazioni della sua icona, molto belle, ma non giudicate evidentemente adatte alla presentazione di un romanzo come “Il romanzo di Matilda”. È sempre l’editore che decide, del lettore è la possibilità di lasciarsi colpire, affascinare e la responsabilità di non giudicare un libro dalla copertina, ma da quello che racchiude all’interno delle sue pagine.

Due parole invece su Simonetta Cattaneo Vespucci: nobildonna all’epoca dei Medici e scomparsa giovanissima, molto amata e ammirata per la sua bellezza, fu musa di diversi artisti tra cui il Botticelli che la scelse per numerosi ritratti tra cui la sua Venere. Anche lei è un personaggio interessante e tutto da scoprire.

giovedì 14 aprile 2016

Incontrando Matilde: il nuovo numero dei Quaderni del Ducato

Ecco, la rocca si erge davanti a noi, dopo una ripida salita. Le sue mura sembrano tutt’uno con la roccia alla quale è appollaiata. I vessilli rossi col cane d’argento ondeggiano stanchi nel tramonto come macchie di sangue sulle merlature. Il barbacane si avvicina, presto saremo introdotti al cospetto della Gran Contessa… così comincia la prefazione di Gabriele Sorrentino, curatore del nuovo numero monografico del Ducato che si intitola Incontrando Matilde: Luoghi, persone e vicende della Signora d’Europa (Edizioni Terra e Identità, pp. 207, euro 12,00, gratis ai soci di Terra e Identità). Il volume vuole raccontare la Grancontessa da diverse angolazioni, allo scopo di fornircene una visione a tutto tondo, che esca dagli stereotipi di un personaggio sul quale è stato scritto e detto di tutto, spesso a sproposito.

Matilde (o, come amava firmarsi lei, Matilda) di Canossa (1046-1115) è uno dei personaggi più affascinanti del Medioevo europeo. Signora di un vasto territorio cuscinetto tra Lazio e Garda fu l’ago della bilancia tra Papato e Impero ed ebbe un ruolo da protagonista nella famosa lotta per le investitura, finendo per schierarsi apertamente con la riforma ecclesiastica voluta da Gregorio VII, dovendo subire rivolte e tradimenti che la portarono ad essere addirittura vittima di feroci gossip, come li chiameremmo oggi, da parte dei propri avversari politici che non esitarono ad accusarla di essere la meretrice del Papa. Un personaggio il cui nome è noto a tutti ma la cui storia è in verità poco conosciuta, liquidata spesso con poche righe sui libri di testo, quasi sminuita dagli stereotipi che accompagnano la sua figura. “Con grande orgoglio -  continua il curatore -  ho accettato la proposta di Terra e Identità di curare questo numero monografico del Ducato dedicato alla Gran Contessa, come era chiamata dai suoi contemporanei perché sono convinto che dell’importanza di una pubblicazione che racconti tutte le sfaccettature di un personaggio meraviglioso, uno dei veri monumenti del Medioevo”.

Il volume affronta la Lotta per le investiture, snodo decisivo nell’evoluzione del Papato e dell’Impero medievali, il contributo di Matilde non solo all’architettura ma soprattutto alla forma attuale del nostro territorio che si è sviluppato, in gran parte, intorno alle profonde radici di pietra delle sue torri, rocche e fondazioni monastiche. Una parte importante verrà dedicata al rapporto tra Matilde e gli uomini che hanno attraversato la sua esistenza a cominciare dal padre Bonifacio, passando per l’Imperatore Enrico IV, il Papa Gregorio VII e i due sfortunati matrimoni con Goffredo il Gobbo e Guelfo il Pingue. Uno spazio importante verrà riservato al rapporto tra Matilde e Modena, una relazione complessa che vide addirittura la compresenza di un vescovo legittimo, Benedetto, e uno scomunicato, Eriberto. Una città, Modena che ancora oggi sembra guardare con sospetto la Gran Contessa, tanto da aver quasi dimenticato il novecentenario della sua morte, nel 2015. I Duchi d’Este, al contrario, costruirono un’articolata narrazione sulle proprie origini che tentarono di far risalire proprio a Matilde. Di grande interesse, infine, è il saggio relativo al rapporto tra Matilde e il popolo ebraico, una vera novità nel panorama degli studi matildici.

La Gran Contessa fu una donna di potere in un mondo di uomini; seppe essere una politica accorta e spietata subì il dramma di una tragica gravidanza. Già Reginé Pernoud notava come, nella Francia feudale “La regina fosse incoronata come il re, a Reims generalmente […] sempre dalle mani dell'arcivescovo di Reims” e che solo la Guerra dei Cent’Anni portò a un decisivo rafforzamento della componente militare e quindi maschile del potere. Ancora nel XII secolo, “Eleonora d'Aquitania, e Bianca di Castiglia dominano realmente il loro secolo, esercitano un potere incontestato nel caso in cui il re sia assente, malato, o morto” . Nel XII secolo, quando Roberto di Arbrissel decise di fondare due monasteri, uno maschile e l’altro femminile, mise entrambi sotto la direzione di una badessa che, per espressa volontà del fondatore “doveva essere una vedova, cioè una donna che avesse fatto un'esperienza matrimoniale” (Reginé Pernoud, Medioevo un secolare pregiudizio Milano 2001, pp. 102-110). Matilde di Canossa si inserisce in questo Medioevo dove le donne, pur in una società guerriera, erano in grado di giocare un ruolo politico di grande importanza che comincerà a scolorire solo alla fine del Medioevo, nel XIV-XV secolo. Un ruolo che le donne dovevano conquistare e mantenere con una maggiore difficoltà degli uomini in una condizione che, però, non è dissimile dal nostro evoluto XX secolo.

Matilde non esitava ad andare in battaglia e riuscì a conservare la fedeltà dei suoi alfieri, fatto non scontato in quei tempi, che da solo basta a dimostrarne la grandezza. Fu costretta dalle circostanze a unirsi in matrimonio due volte, nel vano tentativo di garantire la solidità dinastica del suo dominio. Due sposalizi destinati al fallimento, il primo con un uomo repellente, il secondo con un impotente ragazzino di cui avrebbe potuto essere la madre. Da ciò, infine, la resa al nuovo imperatore Enrico V, disposto a riconcederle il dominio canossiano soltanto in cambio della nomina a suo erede. Solo alla fine della sua esistenza terrena Matilde potrà, così, dedicarsi anima e corpo alla preghiera e alla meditazione lei che nel suo monogramma recitava “Matilda, Dei gratia si quid est” cioè “Matilde per grazia di Dio se è qualunque cosa”.

Oltre a Gabriele Sorrentino (che ha parlato del tormentato rapporto tra Matilde e Modena), gli autori del volume sono:  Paolo Rodolfo Carraro (Cronologia essenziale), Maria Teresa Braifi (La lotta per le investiture), Elena Bianchini Braglia (Gli uomini all’ombra di Matilde), Angela Chiapponi (Rocche, monasteri e città. I luoghi di Matilde), Carla Costa (Architettura matildica), Graziella Martinelli Braglia (Amazon Matildis. Il mito di Matilde nella cultura del barocco), Roberta Iotti (Noterelle matildiche 1115-2015), Riccardo Fangarezzi (Matilde, Bonifacio e Tedaldo. Le carte dei Canossa a Nonantola), Fulvio Diego Papouchado (Considerazioni sull’ebraismo ai tempi di Matilde), Luca Pellacani (La battaglia di Sorbara. 2 luglio 1084), Elisabetta Barbolini Ferrari (Tavola e cibo ai tempi di Matilde. Il banchetto come affermazione del potere), Roberto Albicini (Per me reges regnant. Il patto dei Canossa con l’imperatore e la chiesa di Sant’Apollonio).

Per informazioni: info@terraeidentita.it

lunedì 28 settembre 2015

Il romanzo di Matilda - Un eminente punto di vista


Schivenoglia, 19 settembre 2015
Elisa Guidelli, Il romanzo di Matilda, Bologna, Meridiano Zero, 2015
Presentazione di Andrea Tilatti


L’Autrice, in chiusura del suo testo, ricorda: «Il 24 luglio 1115 Matilda muore a Bondeno [di Roncòre – Reggiolo RE] all’età di sessantanove anni. Viene sepolta nel convento di San Benedetto di Polirone, presso Mantova, da dove la salma, per ordine di Urbano VIII, viene trasportata nel 1632 nel Vaticano e onorata di un monumento a lei dedicato» (p. 379).
Sono dunque trascorsi esattamente novecento anni da quando si concluse la vita alla quale è ispirato il romanzo di Elisa Guidelli. È perfettamente inutile, credo, che io insista su queste notizie, tanto più che – suppongo – sono arcinote a tutti i presenti, data la numerosità di celebrazioni delle quali ho saputo, sparse in tutto il territorio che fu dei signori di Canossa, da una parte all’altra dell’Appennino, ma anche oltre. Sicuramente la ricorrenza ha favorito pure l’ispirazione di Elisa, ma sono certo che il suo interesse per la figura di Matilda/Matilde è ben più antico e profondo: come lei stessa afferma, dura da almeno un decennio.
Presentare un libro – questo come un altro – significa aver davanti una pluralità di strade, che si originano dal soggetto presentante e si ramificano negli incroci con l’oggetto presentato. Mi spiego. Io potrei decidere di indossare l’abito del professore di storia medievale (che poi sarebbe il mio mestiere), o del critico letterario (che non è esattamente il mio mestiere), oppure del semplice lettore (che alla fine può essere il mestiere di chiunque). Il primo, mi pare, è già stato indossato abbastanza da numerosi colleghi ben più autorevoli di me, in questo centenario matildico. Il secondo mi costringerebbe a un’analisi troppo interna al libro e forse addirittura noiosetta, e non solo per me. A tutela di tutti, vorrei perciò scegliere l’ultimo costume, quello del semplice lettore, anche se ogni tanto chiederò in prestito agli altri due qualche attrezzo di lavoro.
Voglio dire subito che sono stato un lettore privilegiato, di questa come di altre fatiche dell’autrice. Qualche anno fa, ho letto la sua tesi di laurea, come relatore, e non troppo tempo fa ho letto buona parte della prima versione del romanzo, che allora aveva un altro titolo (Matilde, contessa, regina, se non ricordo male) e differiva anche per altri particolari, dei quali poi dirò qualcosa. Il privilegio si estende inoltre alla possibilità di esternare pubblicamente le mie impressioni. Ringrazio per tal motivo gli organizzatori di questo incontro.
Ma le strade offerte a chi presenta un libro si moltiplicano anche per l’opportunità di scegliere gli argomenti da evidenziare, o da trattare, che tutti si trovano nel testo, ma si lasciano scoprire a seconda delle sensibilità e delle intenzioni di lettura.
Non voglio abusare della pazienza di alcuno e quindi, tra le tante cose possibili, ne sottolineerò tre: il titolo, i protagonisti, e il rapporto tra storia e romanzo.

mercoledì 15 aprile 2015

Eugenio Riversi e Matilde di Canossa

Eugenio Riversi, laureatosi a Bologna con il Professor Glauco Maria Cantarella, si è perfezionato con un dottorato di ricerca presso l’Università di Pisa sotto la guida del Professor Mauro Ronzani. È stato borsista dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici “Benedetto Croce” e dell’Istituto Storico Germanico di Roma. È attualmente docente incaricato all’Istituto di Storia dell’Università di Bonn, dove da tre anni svolge attività di ricerca presso la cattedra del Professor Matthias Becher. Ha già pubblicato il volume La memoria di Canossa (Pisa 2013). A ottobre 2014 è uscito un nuovo saggio di Riversi sulla figura di Matilde di Canossa, pubblicato dalla Odoya Edizioni di Bologna. Ne parliamo con l'autore in questa intervista.

1) Nel suo saggio su Matilde di Canossa si parla di “decostruzione” del personaggio di Matilde: vista l’aura mitica che avvolge il personaggio, quale processo di ricerca ha seguito per cercare il nucleo, o i nuclei, di Matilde?

L’impostazione data alle mie ricerche, condotte negli scorsi anni principalmente sulla più importante fonte narrativa riguardante la contessa – la Vita Mathildis di Donizone – si basa sulla contestualizzazione delle testimonianze al fine di metterne in evidenza il più possibile l’alterità, cioè la diversità dei significati che esse veicolano rispetto al nostro universo di senso.
Si tratta da un lato di un’operazione assolutamente necessaria per lo storico; ma dall’altro – quando praticata riflessivamente – di un esercizio di consapevolezza interpretativa che si affina con la frequentazione delle teorie che la critica letteraria, l’antropologia, la sociologia, la filosofia hanno elaborato negli ultimi cinquanta, sessant’anni. Il confronto dei ricercatori con queste teorie ha comportato una svolta nella storiografia che ha condotto all’affermazione di un nuovo paradigma, quello della storia culturale.
Il riconoscimento dell’alterità attraverso la contestualizzazione favorisce una comprensione più ricca del senso di un’esperienza storica. E impedisce dunque l’appiattimento su identità semplificate come quelle che vengono prodotte ad esempio da processi di mitizzazione, che oggi peraltro si potenziano enormemente con i meccanismi della comunicazione mediatica e pubblicitaria. c’è il rischio – per ora lontano – della riduzione di Matilde ad un logo, come Hello Kitty.
Dunque le mitizzazioni di Matilde, che sono peraltro una realtà storica secolare giustamente meritevole di attenti studi, producono costantemente immagini semplificate: pia ‘paladina’ della riforma, ‘guerriera’, fondatrice di chiese o dell’Università di Bologna. Queste immagini, che riducono la complessità della sua figura storica, finiscono per mettere in ombra altri significati presenti nelle fonti, significati che magari al tempo erano più rilevanti. Ad esempio quelli delle pratiche liturgico-commemorative; oppure i valori della nobiltà guerriera cui Matilde come erede di una dinastia principesca apparteneva (i quali, essendo molto ‘maschili’, creavano per lei situazioni contraddittorie); oppure ancora il dissidio, nella ricca religiosità del tempo, tra vita attiva e contemplativa. Ad esempio, nel caso di Matilde, questo dissidio si concretizzò nella tensione tra la probabile propensione della contessa ad un modo di vita religioso o semireligioso, che avrebbe preso magari forme di tipo monastico, e l’elaborazione di una singolare concezione dell’impegno cristiano nei testi scritti per lei dagli uomini del suo stesso entourage. Una concezione caratterizzata tra l’altro dalla giustificazione della guerra intesa come forma di carità, in senso di ‘amore cristiano’. Matilde, la ‘quasi’ santa figlia di Pietro, la sposa di Cristo del Cantico dei Cantici è anche colei che secondo un’immagine del Vecchio Testamento ‘monda lieta le mani’ nel sangue dei suoi nemici. Ce lo dice un uomo di raffinata cultura che scrisse per lei, il vescovo di Lucca, Rangerio. E quest’ultimo aspetto è in linea con il contesto di allora in cui, come hanno mostrato storici del calibro di Jean Flori e Gerd Althoff, si stava costruendo un discorso sulla ‘guerra santa’, in particolare da parte dei papi riformatori e dei loro sostenitori.
Dunque, decostruire Matilde significa innanzi tutto mostrare, attraverso la contestualizzazione delle fonti che ci danno informazioni su di lei, la complessità del suo profilo senza cedere alla seduzione di immagini mitiche. Significa poi anche mostrare che queste fonti, quelle narrative/letterarie, ma anche quelle documentarie, sono rappresentazioni, cioè costruzioni, che hanno certo una coerenza, ma anche incongruenze o tensioni che possono essere proficuamente sollecitate. Queste incongruenze, che sono un punto di accesso privilegiato per comprendere i testi con cui abbiamo a che fare, erano generate tra l’altro proprio dalla complessità dell’identità e della posizione di Matilde. Una ‘realtà’ con cui gli specialisti della scrittura e del sapere del tempo  dovevano fare i conti per essere credibili.
Per compiere questa operazione ho quindi utilizzato come uno dei possibili reagenti a disposizione dello storico di oggi, cioè una teoria spiccatamente costruttivista, quella di ‘genere’ (con le relative categorie di identità e ruolo): così ho decostruito le costruzioni – chiedo scusa per il bisticcio – della sua figura. E al contempo si sono generati i nuclei tematici della biografia. Ma ovviamente tante altre impostazioni sono possibili.
Infine, vorrei accennare ad un terzo aspetto decostruttivo, più attualizzante, che si riavvicina alla modalità del mito.  La figura di Matilde è così evocativa che si presta ad un trattamento più verticale della sua tradizione, più decontestualizzante, proprio di un approccio artistico, letterario, filosofico e non storiografico. Ho riflettuto su questo aspetto insieme al mio amico Takeo Watanabe – un maestro delle immagini per sensibilità e consapevolezza, con cui da anni collaboro in un blog – e ne è scaturita la copertina del libro. Le tensioni e contraddizioni che risultano da un’analisi storico delle fonti letterarie sono lì  riproposte condensate in un’immagine artistica ‘attuale’, che ha un’altra retorica e un’altra forma di riferimento alla realtà rispetto al testo che segue.
Ma invito anche, per capire il movimento di pensiero che si è compiuto con il tentativo di decostruire Matilde a confrontare l’immagine della contessa di George Sullivan presente a p. 17 con quella di una generica principessa in trono realizzata da Réné Magritte, riprodotta a p. 27. Quest’ultima è un’eloquente intuizione filosofica, espressa per immagini, della decostruzione.

2) Come si concilia la scientificità e il rigore dello storico con la tentazione del “riempire i vuoti” umani ed emotivi di una figura come quella di Matilde?

Da una parte, riannodandosi quanto appena detto, le due cose non si conciliano. Lo storico sviluppa in principio una modalità di ricostruzione della realtà, basata sul riferimento ad altri testi o testimonianze, le fonti, come portatrici di informazioni che sono di volta in volta considerate tracce autorevoli e vincolanti di un’esistenza ‘passata’.  La dimensione specificamente emotiva, specie per periodi più antichi, ma non solo per quelli, è difficilmente registrata, iscritta com’è in primo luogo nell’essere psico-fisico degli attori che interagiscono con una situazione, con un’atmosfera. Solo un racconto ex-post può raccogliere questa dimensione, ma comprensibilmente, in maniera mediata.
In quest’ultimo caso è però possibile considerare le emozioni, nella loro comunicabilità, come parte del sistema culturale: esiste una addirittura una loro retorica. Ad esempio un ruolo rilevante nel comportamento sociale delle élite medievali, religiose e non, ha la manifestazione delle lacrime, che antropologicamente sono un segnale delle emozioni in determinate situazioni. Esso viene registrato da fonti medievali perché possiede valori sociali riconosciuti: ad esempio può avere una funzione nelle “regole del gioco” della mediazione politica.
Leggiamo ancora nell'opera principale del già citato Rangerio, che a Matilde è attribuito un pianto per la mediazione del perdono di Enrico IV a Canossa, un pianto che sarebbe stato superiore a quello di una donna. Non sappiamo in realtà se Matilde abbia veramente pianto, ma sappiamo che gli sono attribuite lacrime secondo un comportamento proprio delle donne mediatrici; tuttavia questa registrazione si accompagna ad una rappresentazione che sembra far supporre un giudizio negativo di questa manifestazione di Matilde. La ‘virile’, ‘amazzonica’ contessa – così in altri passi dello stesso Rangerio – è stata troppo indulgente in quel caso: è probabile un modo per dire indirettamente che la destinataria dell’opera ha fatto un’errata valutazione politica in quel frangente (così pensava l’autore alla fine degli anni ’90 del sec. XI). Che poi Matilde fosse stata in quella situazione commossa, compassionevole, impressionabile, che abbia assolto ai doveri di una ritualità politico-sociale o addirittura finto non lo sappiamo. Matilde o la sua confidente non l’hanno scritto da nessuna parte, nessun cameraman l’ha ripresa; e anche nel caso che queste evenienze si fossero date, non avremmo certezza piena su emozioni e stati interiori.
 Per quanto riguarda la dimensione più ampiamente ‘umana’ la situazione dello storico è ugualmente difficile. Con questa dimensione mi permetto di intendere l’appropriazione del senso delle esperienze di vita da parte di Matilde. Ecco non abbiamo fonti adeguate per comprendere come Matilde abbia interpretato certe azioni e situazioni in cui si trovò e come abbia fatto propri i significati religiosi oppure l’invito ad una ‘carità bellicosa’: respingeva la violenza? Era una sanguinaria? Oppure il suo atteggiamento vero l’uso della violenza era ancora diverso, immersa com'era in una società di maschi guerrieri? Sappiamo che durante la guerra che la vide coinvolta contro Enrico IV gli uomini di cultura che scrissero per lei la dipinsero preferibilmente con tratti veterotestamentari e più ‘marziali’; Donizone che parla in un contesto più tardo, la raffigura più neotestamentaria.
Tuttavia, proprio nelle singolarità o nelle fratture di simili rappresentazioni della contessa, presenti in queste fonti, troviamo uno spiraglio. Questi scrittori dovevano fare i conti con un ‘consenso’ di Matilde, committente o destinataria dei testi. La contessa poteva non essere d’accordo con i loro punti di vista, se si fossero troppo allontanati dal suo punto di vista. In questa fuga prospettica possiamo intravedere qualcosa della dimensione personale di Matilde, cioè di una sua possibile appropriazione di significati. Ma sono briciole.
Certamente l’esempio più rilevante è però quello del celebre motto: ‘Matilde, per grazia di Dio, se è qualcosa’. La continuità con cui dal 1077 fino alla morte fu usato nei suoi documenti, fa pensare ad un riconoscersi della contessa in quella formula. Tuttavia, quel che può far lo storico è sfogliare gli strati di significati scritturistici, diplomatistici e politici racchiusi in quella parola, ma non attingere a quella componente esistenziale che dovette esserci. Che ci fu, lo si può probabilmente supporre proprio dalla continuità dell’uso.
Per ritornare comunque al concetto iniziale, mi piace menzionare come esempio di quello che uno storico a partire delle fonti non può e non deve fare, ma che invece il letterato può fare, un’opera letteraria contemporanea, le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. In questo straordinario romanzo biografico vediamo proprio come la trama delle informazioni delle fonti sull'imperatore romano Adriano sia stata integrata dalla rappresentazione delle emozioni dell’individuo, nella loro dimensione anche corporea, e dal senso della vita, come appropriazione delle esperienze, come ricordi. Quel senso è invece perduto per lo storico: è impossibile sapere cosa Matilde, gravemente malata, provasse nel suo ultimo trasferimento da Bondeno a San Benedetto Polirone, pochi mesi prima di morire. Quale folla di ricordi l’ha imprigionata? O giaceva nel trasporto in stati di non piena coscienza?

3) La figura della Grancontessa sembra quasi più celebre e conosciuta all’estero che in Italia: secondo lei quale può essere la motivazione sottesa?

Non credo che sia proprio così. Penso che Matilde di Canossa sia molto conosciuta in Italia, e credo più che in altri paesi.
La contessa, in quanto si tratta di una sorta di ‘figura del ricordo’ (Ian Assmann), appartiene a tutta la memoria culturale occidentale perché il suo personaggio è associato ad un racconto importante sul medioevo come rovescio della modernità, quello fa dell’incontro di Canossa il luogo della separazione tra stato e chiesa. Una grande narrazione, affermatasi dall’Ottocento, ma inverificabile e troppo riduttiva. Il fatto che poi si tratti di una donna a rivestire un ruolo in quella situazione così rilevante per la mitologia chiaroscurata del moderno, aumenta ancora l’effetto di risonanza di cui gode la sua figura nella cultura  europea e americana.
Detto questo, l’osservazione sottesa alla domanda va forse declinata in un senso diverso, come una questione di percezione. In altri paesi e – penso soprattutto a quelli di lingua inglese – la figura di Matilde ha più rilevanza in quanto donna di potere e la sua immagine è meno condizionata dalla patina ‘cattolica’ che c’è in Italia, dove invece è presentata soprattutto come ‘paladina’ del papato. Matilde è nel nostro paese meno ‘principessa indipendente’ che ‘figlia devota di Pietro’. Questa è una considerazione, con cento distinguo del caso, che riguarda la coscienza storica diffusa e non gli storici che ormai giudicano da tempo piuttosto autonomamente la figura della contessa. Ma la ricezione della loro visione è meno forte del radicamento delle immagini mitiche.

4) Tra i numerosi aspetti attraverso cui viene indagata la figura di Matilde, e i ruoli che nel corso della sua vita ella ha vissuto, ce n’è uno in particolare che secondo lei la rende più attuale o più interessante agli occhi di una donna di oggi?

Prima di cercare di rispondere nel merito, vorrei accennare al fatto che l’aspetto attualizzante che ho considerato presente nella biografia è un po’ più generale. Matilde costituisce un caso storico interessante per la sua posizione e la sua traiettoria, attraverso il quale si può rinviare alla questione della costruzione dell’identità e alla funzione dei ruoli di genere: e questo vale tanto per le ‘donne’ quanto per gli ‘uomini’, cioè per tutte le persone. Anche se si tratta di un caso fuori dal comune, la contessa è sotto questo punto di vista un esempio efficace per diffondere la visione gender che incontra invece tante resistenze in un paese profondamente conservatore come l’Italia.
Se poi devo considerare cosa potrebbe essere più interessante per le donne contemporanee, penso soprattutto alle tracce di alcune decisioni che Matilde ha preso come moglie e come donna di potere (tralascio invece la questione del ruolo di mediazione, che pure potrebbe avere risvolti attualizzanti). Premetto nuovamente che ne sappiamo pochissimo, soprattutto sul piano esistenziale. Tuttavia quando analizziamo le scarse fonti sui matrimoni e sulle successive separazioni di Matilde, queste ci lasciano supporre che la contessa prese in prima persona le decisioni di allontanarsi o di dividersi dai mariti, nonostante le pressioni di vario tipo, etico (una donna non lo poteva fare) e politico (in quel momento di tensione poteva essere non opportuno il farlo).
Si trattava di un orientamento al valore nel prendere le decisioni? Forse. In un altro contesto Donizone sembra descrivere così la decisione presa da Matilde nella celebre assemblea di Carpineti (1092). Di fronte alle pressioni dei suoi vassalli (e anche del marito Guelfo V, pur non menzionato nella fonte) per fare la pace con Enrico IV e di fronte al parere dei suoi consiglieri ecclesiastici e religiosi, che potevano legittimare un’eventuale scelta di opportunità da parte di Matilde a favore della pace, definendola ‘giusta’, la contessa prese invece la decisione di seguire l’unica voce discorde, quella profetica e carismatica dell’eremita Giovanni, che le disse di continuare a combattere. L’episodio raccontato da Donizone si può far interagire con la testimonianza di una lettera di Gregorio VII nella quale si descrive un’analoga situazione di Matilde di dieci anni precedente all’assemblea di Carpineti. Nella lettera a due dignitari ecclesiastici di area tedesca si accenna al fatto che i vassalli considerino Matilde una pazza: una pazza nel resistere militarmente al re, perché correva il rischio di perdere tutto.
Ecco, attualizzando, si potrebbe dire che Matilde era una donna determinata a non scendere a compromessi per difendere certi valori. Ma questa idea non è veramente suffragata: purtroppo non si può escludere l’ipotesi opposta che possa essere stata una pazza fanatica. In realtà non lo sapremo mai; forse fu entrambe e forse fu di volta in volta diversa: come noi stessi, attraversata da tensioni e contraddizioni nel cercare di prendere le decisioni nel corso della sua vita nello spazio di azione che gli era consentito, magari cercando di ampliarlo – questo sì –, come probabilmente alla fine fece.

I libri di Eugenio Riversi

domenica 8 marzo 2015

Matilda, una bibliografia infinita

Scrivere è passione e fatica, è disciplina e amore. Questo ho imparato in tanti anni di scrittura, che vivo come esigenza personale, come un modo per mettermi in contatto con me stessa e con il mondo. Scrivere un romanzo storico non è semplice: quando mi sono seduta per la prima volta davanti al mio laptop per affrontare i primi passi di quello che è poi diventato un romanzo di circa 500 pagine, il mio problema non era cosa scrivere, ma cosa non scrivere. In anni di lavoro di ricerca avevo accumulato tanto di quel materiale e tante di quelle informazioni che avrei voluto mettere tutto, ma non è stato possibile. Non è possibile. Non si può tradurre in parole ogni minuziosa parte di una vita, bisogna fare delle scelte, bisogna affrontare una selezione. Così ho fatto.


Quella fotografata è una parte della bibliografia e del materiale che in più di dieci anni ho accumulato, letto e studiato per prepararmi alla scrittura de "Il romanzo di Matilda". Un romanzo storico da poco concluso, in cui ho mescolato finzione e realtà, cercando di attenermi il più fedelmente possibile ai fatti storici e alla cronologia matildica, ma concedendomi anche viaggi e incursioni nella fantasia, come un romanziere deve e può fare. A lui è concesso, allo storico no. Forse è per questo che ho preferito omaggiare questa donna con la mia anima libera di narratrice, e non con quella più rigida di medievista: non è solo un approccio diverso, ma anche un linguaggio differente che ho trovato più consono a ciò che volevo fare e al risultato che volevo ottenere, poiché era troppo tempo che questo libro mi galleggiava dentro e sono fiera del mio lavoro, nonostante i suoi difetti, nonostante ogni cosa, in fondo, possa sempre essere migliore e migliorabile. Io sono comunque felice del risultato.

Una bibliografia completa su Matilde di Canossa e sulle figure che prima, durante e dopo la sua vita hanno gravitato attorno a lei e alla sua eredità non solo fisica ma anche spirituale conta un numero incredibile di testi e saggi, interventi e interpretazioni delle fonti. Il mio invito è quello di non fermarsi alla semplice lettura di un romanzo che di per sé, è rielaborazione di un narratore, ma è quello di approfondire al di là della storia romanzata l'epopea di una donna che ha fatto la differenza nella sua epoca e in quelle a venire.


Writing is a passion and effort, is discipline and love, I have learned it over many years of writing. Writing for me is a personal need, a way to get in touch with myself and with the world. Write a historical novel is not simple: when I sat for the first time in front of my laptop to do the first steps of what later became a novel of 500 pages, my problem was not what to write, but do not write . In years of research work I had accumulated so much of that material and so many details that I wanted to put it all, but it was not possible. You can not. You can not put into words every painstaking part of life, you have to make choices, you have to do a selection. So I did it.
In the photo there is a part of the bibliography and the material in more than ten years I have accumulated, read and studied to prepare for the writing of "The Matilda’s novel". A historical novel recently concluded, in which I mixed fiction and reality, trying to stick as closely as possible to the historical facts and the history of Matilda, but also giving me trips and forays into fantasy, as a novelist must and can do. He is granted, the historian not. Maybe that's why I preferred to pay homage to this woman with my soul free of narrator, and not with the more rigid medievalist: not just a different approach, but also a different language that I found most suitable to what I wanted to do and the result I wanted to achieve, because it was too long that this book I was floating in and I am proud of my work, despite its flaws, despite everything, after all, can always be better and improved. I am still happy with the result.
A complete bibliography of Matilda of Canossa and the figures before, during and after his life gravitated around her and to his legacy not only physical but also spiritual matters an incredible number of texts and essays, speeches and interpretations of the sources. My call is to not stop at simply reading a novel in itself, is a reworking of the narrator, but is to delve beyond the fictionalized story of the epic of a woman who has made a difference in his time and in those to come.